Storia

Lucrezia Borgia: avvelenatrice seriale o vittima innocente?

Figlia di Papa Alessandro VI e della cortigiana Vannozza de Candia dei Cattanei, Lucrezia Borgia fu usata dal padre e dal fratello Cesare come strumento per ottenere alleanze politiche attraverso ben tre matrimoni combinati.

Chi era Lucrezia Borgia

Collezionò così molti titoli: fu signora di Pesaro e Gradara, duchessa di Bisceglie, principessa di Salerno e duchessa di Ferrara, Modena e Reggio fino alla morte avvenuta nel 1519.

Si dice che abbia intrattenuto rapporti incestuosi con il padre e i fratelli e, in generale, che abbia condotto una scandalosa vita sessuale tra le braccia di numerosi e improbabili amanti.

Lucrezia Borgia è però senz’altro nota soprattutto per la facilità con la quale usava il veleno. Ma lo sapevate che non è proprio così?

La verità

Figlia di un tempo privo di moralità, non fu certo una santa. A quanto pare, tuttavia, le voci sulla sua presunta inclinazione all’uso di sostanze tossiche furono in gran parte frutto di malignità diffuse dai nemici di famiglia.

La fama di avvelenatrice che l’avvolgeva fu ratificata da Victor Hugo nel dramma “Lucrezia Borgia”, ma non ci sono prove certe del fatto che sia ricorsa così tante volte alla cantarella, micidiale veleno di cui i Borgia sembra facessero uso.

Lucrezia era una donna dalle mille risorse: ben istruita, sapeva suonare e comporre, danzare e ricamare, e parlava spagnolo, francese, italiano e latino.

Fu fedele al suo terzo marito, Alfonso d’Este duca di Ferrara, e proprio grazie alla propria bellezza e ad una spiccata intelligenza, si fece ben volere dalla famiglia acquisita e dalla popolazione.

A Ferrara ricoprì il ruolo di perfetta castellana rinascimentale acquistando in poco tempo la fama di abile politica e attenta diplomatica. Il marito, in sua assenza, le affidava senza remore l’amministrazione del ducato e le permetteva di svolgere anche il ruolo di mecenate a corte. A lei si deve la stretta amicizia che legò la figura di Ludovico Ariosto al ducato di Ferrara.


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