Letteratura,  Pittura

Il lato oscuro della creatività

La mente umana è una macchina complessa, unica e incredibile. Non molto tempo fa Umberto Veronesi affermava:

Abbiamo studiato il cervello in quanto organo, ma abbiamo ancora molta strada da fare sulle connessioni tra la sua fisiologia e il funzionamento del pensiero e della mente. Le neuroscienze devono lavorare insieme a filosofia e teologia per indagare il pensiero in tutte le sue forme, fino ad arrivare alle nuove frontiere.

Alzi la mano chi non ha mai sentito dire che l’essere umano usa solo una piccola percentuale delle sue capacità cerebrali!

Tentando di scoprire fino a dove la mente può spingersi, è impossibile prescindere dal binomio più antico del mondo, l’accoppiata (spesso vincente) genio-follia.

Molti degli uomini e delle donne che oggi studiamo sui libri di storia, letteratura, filosofia, musica, arte e scienza sono stati capaci di spingere “oltre” la propria mente elaborando nuovi concetti e idee originali. Geni, spesso incompresi, talvolta associati a stati di profonda alterazione mentale di cui le biografie hanno lasciato ampia testimonianza. In questo senso gli artisti – e in particolar modo scrittori e pittori – hanno conquistato l’immaginario collettivo alimentando l’idea del genio folle. Dall’alba dei tempi, i creativi costituiscono un “campione” di studio straordinario.

Genio, follia e mania

La parola “genio” deriva dal verbo latino “geno” che significa “generare”, “creare”.

Dal V secolo a.C, la filosofia greca cominciò a studiare il binomio genio-follia in relazione al concetto di creatività. Perché?

“Non esiste grande genio senza una dose di follia.”


La pensava così Aristotele, padre del pensiero filosofico occidentale insieme a Socrate e Platone.

La follia nacque come concetto ben diverso dalla pazzia e, in origine, non era associata a uno stato patologico o a una malattia. La follia era considerata come un mezzo per esplorare nuovi confini, condizione anche provvisoria percepita come dono degli dei.

Il folle infatti veniva scelto dai numi, divinità pagane che attraverso l’enthysiasmos decidevano di possedere un soggetto. Alterandone lo stato di coscienza, potevano così punirlo per una qualche colpa commessa e farlo soffrire indicibili pene nel corpo e nello spirito, oppure sceglievano di premiarlo. L’entusiasta in questo caso raggiungeva uno stato di delirio creativo divenendo “genius”, creatore appunto.

Per i greci, il termine che più corrispondeva al nostro concetto di follia era “mania”: dal verbo μαίνομαι  (“mainomai”), la parola indica l’ “essere fuori di sé”. La mania era associata nei poemi alla furia degli elementi, all’ira degli dei e all’impeto distruttore dei guerrieri, in netta contrapposizione con il concetto di creazione.

Ma il mondo antico tramanda un rapporto complesso con queste nozioni, e secoli di speculazioni filosofiche contribuirono ad alimentare la confusione. Piano piano, inoltre, venendo meno il paganesimo, l’idea di “creatività” s’interiorizzò e si fece strada l’opinione secondo la quale il genio è tale poiché possiede speciali attitudini naturali atte a produrre opere d’importante rilievo in qualsivoglia disciplina.

Genio è sinonimo di follia? Da Aristotele alle neuroscienze

Al centro di quasi tutte le teorie, una domanda: il genio è sinonimo di follia? Lo abbiamo chiesto ai nostri followers su Instagram . Il 65% degli utenti ha risposto che sì, il genio è necessariamente follia, mentre il 35% si è schierato contro questa affermazione.

La medicina moderna si è posta la medesima domanda e ha battuto il terreno seminato dalla filosofia antica cercando prove scientifiche che chiarissero il rapporto genio-follia.

Lo studio del Karolinska Institute

Un gruppo di psicologi svedesi ha campionato nell’arco di quarant’anni 1,2 milioni di pazienti ricoverati in psichiatria su territorio nazionale. La ricerca ha coinvolto anche i parenti dei soggetti fino ai cugini di secondo grado e ha portato a risultati estremamente interessanti.

Il team di esperti ha infatti constatato che chi aveva lavorato in campo artistico (ballerini, fotografi, scrittori, pittori etc.) registrava l’8% di probabilità in più di sviluppare un disturbo bipolare. Tra gli scrittori, si è osservato il 121% di probabilità in più…e non solo! Per questa categoria fu registrato il 50% in più di probabilità di commettere un suicidio rispetto alla popolazione generale, e più possibilità di sviluppare forme d’ansia, depressione, schizofrenia, nonché dipendenza da alcool e droghe.

Il test per il pensiero divergente

Per condurre lo studio pubblicato nel 2015 su un numero del Journal of Psychiatric Research, gli psicologi hanno prima di tutto individuato un macro gruppo con una creatività sopra la media. Servendosi di un test per il pensiero divergente (ne esistono svariati), i ricercatori hanno fornito ai pazienti un dato problema e hanno poi registrato quali soggetti rispondevano allo stimolo con quante più soluzioni possibili secondo un approccio originale e sensato.

Gli esiti sono stati sorprendenti: gli artisti avevano più immaginazione e fantasia e, stando ai rapporti di parentela, una più alta percentuale genetica di sviluppare disturbi bipolari o schizofrenia.

Geni con inclinazione alle arti visive, alla musica e alla scrittura in particolare, che possedevano una spiccata vena creativa e disturbi patologici che li avevano portati ad essere ricoverati in clinica. Lo studio ha quindi evidenziato che chi soffre di un disturbo psichico sembra avere maggiore creatività e una più acuta inventiva.

Il cervello dei creativi

Il cervello dei creativi è molto simile a quello di chi è affetto da schizofrenia o bipolarismo. Svariati test hanno analizzato l’attività cerebrale di persone sane e creative confrontandola con quella di pazienti affetti da disturbi mentali. Per entrambe le categorie si è osservato un deficit rispetto ai recettori della dopamina, un neurotrasmettitore che nel cervello umano e animale è essenziale per una serie di funzioni tra cui il movimento, la memoria, il sonno, l’umore e l’apprendimento. La dopamina incide in particolar modo sulla cognizione e sulle capacità di ragionamento nell’area del talamo, una specie di filtro che setaccia le informazioni che arrivano al nostro cervello.

Ebbene, i creativi sani e i folli avrebbero barriere più fragili rispetto agli stimoli percepiti, cosa che permetterebbe loro di fare collegamenti insoliti e di elaborare bizzarre associazioni mentali. In altre parole, la membrana che li separa dalla realtà si assottiglia, comportando sovreccitazioni a catena sotto stimolo.

Lo conferma uno studio condotto da Andrea Fink, neuroscienziato dell’Università di Graz in Austria. Le risonanze magnetiche a cui sono stati sottoposti i soggetti, ancora una volta sani creativi e folli, mostrano un difetto nel funzionamento del preconeus, parte del cervello coinvolta nell‘attenzione e nella concentrazione.

Inoltre, ed è la biologia che parla questa volta, statisticamente i creativi sani appartengono spesso a famiglie in cui si è registrato almeno un caso di disturbo mentale.

Genetica, biologia e contesto

Il confine tra genio e follia sul terreno della creatività sembra essere dunque scientificamente molto labile.

Ma è la follia che fa il genio o viceversa? Si nasce folli, e si diventa geni, o si nasce predisposti a creare, e per questo si diventa matti? Voler dare una risposta al quesito sarebbe un po’ come risolvere in quattro e quattr’otto il paradosso dell’uovo e della gallina.

La creatività può essere considerata come una realtà psichica influenzata da variabili biologiche e sociali.

Beethoven divenne un grande musicista perché visse con il padre alcolizzato e cercò rifugio nell’arte, o perché per natura era predisposto a fare grandi cose, e per questo riuscì a comporre la nona sinfonia quando ormai era completamente sordo?

Picasso ebbe successo nel cubismo perché era malato di aura visiva, una patologia che comporta repentini cambiamenti di visione, come lampi di luce e linee a zig-zag, mettendo a fuoco immagini spezzate per qualche istante?

E Leopardi fu il genio che fu per via delle condizioni fisiche debilitanti o per l’asfissia provocata da un ambiente familiare soffocante? Che cosa ne sarebbe stato di lui se fosse nato fisicamente sano in una famiglia amorevole?

Per questi personaggi e per molti altri ancora le arti visive, la musica, la danza, la fotografia, la scrittura, la filosofia e il pensiero stesso furono sfogo, proiezione di un mondo a sé stante che mai potremo comprendere appieno, nel rispetto del loro genio e del loro essere, insieme, fragili e forti, sani o folli che fossero.


Se l’articolo ti è piaciuto e ha suscitato il tuo interesse, non perderti “La melanconia e l’afflizione dell’uomo occidentale”.

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3 commenti

  • filorossoart

    “Lo studio del Karolinska Institute: Un gruppo di psicologi svedesi ha campionato nell’arco di quarant’anni 1,2 milioni di pazienti ricoverati in psichiatria su territorio nazionale.” Sono stato in Svezia è avuto modo di vivere un poco con i cittadini di questo stato e il dato della ricerca mi sembra un po esageratamente alto. Più do un milione di Ricoverati in Psichiatria? In Svezia, se alzi la voce, o ridi alta voce è facile trovarsi in un reparto di Psichiatria, questo dimostra che quando una scienza chimica come la psichiatria si impone nel paese come un potere di controllo sui suoi sudditi, si chiama “Regime”-
    Un regime, si sa, genera contestazioni La contestazione è una voce che dovrebbe allarmare il potere perché gli indica che è sulla brutta strada, ma se governare un popolo poi si passa ai psicofarmaci posso solo dire: “Poveri svedesi, che brutta fine hanno fatto con la Democrazia Psichiatrica”. Non è che per caso sia questa l’oscura causa verso la via d’uscita tragica di tanti giovani suicida svedesi? L’articolo mi conferma che la Svezia non appartiene più da molti anni agli svedesi . e quindi… a chi?

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